Speciale Terremoto Reggio Calabria

Pubblicato il da Eurus - il vento del Sapere

Reggio a cento anni dal sisma. Viaggio nella città 'friabile'

 

“Se arrivasse un terremoto a Reggio e Messina, anche di potenza uguale all’ultimo in Abruzzo, e provocasse uno tsunami nello Stretto, causerebbe tra gli 80mila e i 260mila morti”. Cifre choc, cosi come riportate nella simulazione del professor Stefano Tinti dell’università di Bologna, istituto di Geofisica: “Analisi di rischio e modelli numerici di valutazione del rischio sismico e da tsunami nello Stretto di Messina”. 

A cento anni dal sisma che rase al suolo le due rive il 28 dicembre del 1908 sembra che da queste parti pochi abbiano capito la lezione. Così come gli abruzzesi non avevano imparato da sismi devastanti come quello di Avezzano del 1915. E il terremoto dell’Aquila, con tutte le lezioni che se ne devono trarre in termini di prevenzione e messa in sicurezza dei nostri edifici, è arrivato a poche settimane da un evento cruciale per la vita amministrativa in riva allo Stretto: a fine marzo il cosiddetto ‘emendamento Bocchino’ ha visto diventare Reggio Calabria la decima “area metropolitana” del Paese, pur avendo solo 200mila abitanti. Un evento che porterà molti milioni di euro di finanziamenti, soprattutto in vista della riunione con la città gemella di Messina, una volta che il premier vedrà realizzata la sua opera-Totem: il Ponte sullo Stretto.

 “Questo in una città dove il 70% degli edifici è stato edificato in regime abusivo, per poi essere condonato con le ultime due sanatorie Tremonti”, confida a mezza voce una architetto con molte committenze pubbliche, e che non vuole veder pubblicato il suo nome, “se dovesse arrivare un sisma come all’Aquila, più di metà Reggio si accartoccerebbe su se stessa. E se il sisma arrivasse dopo la costruzione del Ponte, la Grande Opera svetterebbe su diversi cumuli di macerie”. Una situazione paradossale, che ha attirato in questi giorni sullo Stretto troupe delle maggiori tv nazionali.

 “Mettere in sicurezza tutta Reggio, o tutti gli edifici pubblici di Reggio? Non basterebbero i 6 miliardi destinati al Ponte sullo Stretto! Esclama ironico Nuccio Barillà del direttivo nazionale LegAmbiente e memoria storica dell’ambientalismo calabrese: “dall’area Metropolitana dello Stretto potrebbe venire uno stimolo a ripensare un territorio devastato e se ne potrebbe approfittare per ‘decementificare’ questa area dello Stretto: molte situazioni non sono semplicemente sanabili”. L’ex ministro del governo Prodi Alessandro Bianchi, quando era rettore della Università a Reggio, aveva calcolato “in una città da 200mila persone è stata edificata una metrocubatura abusiva nella quale potrebbero vivere un milione di cittadini”. 

“Non oso pensare a come sono state realizzate la maggior parte delle case in questa città – valuta scettica Beatrice Barillaro, presidente regionale Wwf – sia per il terreno sul quale sono state edificate, sia per la struttura degli edifici, da verificare secondo criteri antisismici, sia per la qualità dei materiali utilizzati; chissà se c’è un po’ di cemento nella sabbia usata per il calcestruzzo! Servirebbero miliardi a mettere in sicurezza il nostro territorio, e di sicuro c’è solo una cosa di cui non abbiamo bisogno: il Ponte. Ma di questi tempi dall’assessore al presidente, ogni politico mira non alle opere utili alla collettività, ma a opere dove possano apporre la loro firma sul cemento”. 
 
"Dimenticare il Ponte e ricostruire tutto secondo criteri antisismici sembra la priorità anche per Nuccio Barilla’: “il paradosso è che qui a Reggio abbiamo una delle due migliori facoltà di Urbanistica d’Italia, insieme con Venezia, come ricordava l’ex ministro Bianchi. E noi dovremmo ripartire dalla nostra migliore tradizione: dopo il sisma del 1908 qui a Reggio sperimentarono tecniche antisismiche d’avanguardia; qui tra i primi in italia vennero a sperimentare il cemento armato. Qui i vari architetti Zani, Demojà e Autore realizzarono opere di abitazioni pubbliche all’avanguardia, sperimentando il concetto di ‘insulae’ di isolati con le corti al centro, un modello di edilizia pubblica. L’area dello Stretto dovrebbe dimenticare il totem-Ponte e mirare a essere un laboratorio della sostenibilità e della modellazione del territorio”. 
 

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